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1997
25
Giu

Diario di Viaggio - 7

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Diario di Viaggio - 7


Abbiamo saputo che oggi (10 novembre) si tiene presso Arashiyama, appena fuori Kyoto, una manifestazione di folklore in onore dell'autunno, detta momiji matsuri. Fortunatamente è una bella giornata di sole e decidiamo di andare a vedere di che si tratta. Pare che ci sarà una sfilata di barche sul fiume Kamo, con personaggi in costume tradizionale.
Per arrivare sul posto c'è un comodo trenino locale, che parte da una minuscola stazione a due passi dal nostro albergo. Le solite comodissime venditrici automatiche di biglietti reagiscono prontamente alla pressione dei pulsanti colorati e sfornano i rettangolini di carta verde richiesti senza fare storie. Il trenino è in realtà una sorta di navetta: è composto da due sole carrozze che fanno la spola avanti e indietro ogni quindici minuti. Come al solito è impossibile sbagliarsi: tutte le stazioni intermedie vengono annunciate per tempo dal conducente. Le carrozze sono piene, e restiamo pertanto in piedi.
Osservo la periferia di Kyoto che si snoda lentamente davanti ai miei occhi. C'è chi la trova brutta, e posso capirlo: in questa capitale della bellezza il cemento armato e l'urbanistica selvaggia sembrano stonare orribilmente. Tuttavia, anche nel caos del konkurito e nello squallore di certi quartieri che sembrano eseguiti con lo stampino, mi pare di scorgere un elemento positivo. Questo accrescersi selvaggio, privo di ogni piano regolatore, dell'agglomerato urbano, con strade che si aggrovigliano, case che si stringono l'una a ridosso dell'altra quasi a volersi sorreggere a vicenda, con angolature sempre differenti... Ha un che di.. non so, di vivo, ecco. Inoltre nel caos apparente si nasconde una perfetta efficienza, un aspetto che ritorna più volte qui in Giappone e che ai miei occhi sembra quasi magia.
Il verde ha ormai preso il posto del grigio nel paesaggio. Ancora pochi minuti e arriviamo a destinazione. Quanta gente! Migliaia di giapponesi sono qui per ammirare i colori dell'autunno e passare una giornata di festa. La molteplicità variopinta della folla mi mette subito allegria. Il piccolo paesino che ospita questa festa è naturalmente ben attrezzato per il turismo. I souvenir si sprecano, e oltre ai soliti oggetti ricordo (o-miyage) noto anche bancarelle con dolci tradizionali dall'aspetto invitante. Non riesco a trattenermi dal comperare una scatola di dolcetti ripieni a forma di foglia di acero.

L'acero giapponese, dalla caratteristica piccola foglia a sette punte,
è il simbolo dei colori autunnali, tanto da venire chiamato semplicemente "momiji no ki" ovvero "albero del momiji". Con l'avvicinarsi dell'autunno le sue foglie accendono i boschi (e la fantasia) col loro splendido rosso fuoco.


La sfilata avrà luogo nel primo pomeriggio, e siccome è ormai ora di pranzo, cerchiamo un posto dove mangiare. C'è l'imbarazzo della scelta: ai bordi della strada numerose piccole trattorie espongono in vetrina i fac-simili in cera dei loro piatti migliori.

In Giappone è cosa normale che ristoranti e trattorie espongano in vetrina delle riproduzioni in cera dipinta, eseguite da appositi ed abilissimi artigiani, dei piatti che è possibile degustare all'interno. Tale è la perfezione di questi fac-simili che l'occhio resta spesso ingannato. Sembrano proprio veri! Per gli stranieri questa consuetudine risulta piuttosto comoda, infatti basta indicare col dito quello che si vuole mangiare. Senza contare poi l'immediatezza dell'impatto visivo rispetto all'anonima lista di un menù...
Esistono anche negozi che vendono le riproduzioni in cera, anche come souvenir, ma sono molto care!

Decidiamo per una piccola e rustica trattoria, probabilmente a conduzione familare. Tutto sembra in miniatura, persino le sedie e i tavoli hanno subito una riduzione in scala, tanto che la cameriera ci propone con un sorriso un po' imbarazzato di sederci in un tavolo un po' più largo degli altri, vista la difficoltà con cui cerchiamo di incastrare le nostre membra da gaijin sotto un minuscolo tavolino al centro della sala. Anche se abbiamo deciso cosa ordinare già da fuori, guardando la vetrina, fingiamo di studiare con attenzione il menù.
Alla fine ordino un oyako donburi. Il sapore dell'uovo crudo costringe il mio palato occidentale a qualche salto mortale, ma tutto sommato non è affatto male. Solo questione di abitudine.

La caratteristica fondamentale della cucina giapponese è quella di cercare di alterare il sapore dei cibi il meno possibile; si cerca invece di mantenerne l'aroma naturale. Da qui lo scarso uso di salse, sughi e spezie, e la ricca varietà di pietanze nama, cioè crude.

Terminato il pasto, usciamo di nuovo all'aria aperta. Resto per un po' in contemplazione della folla. Si vede di tutto: giovani dall'abbigliamento casual con tendenza al kitsch allegro e spudorato, signori di mezza età che sembrano appena usciti da un ufficio, massaie sorridenti con la famiglia al seguito, distinte signore col kimono della festa...
Ad un incrocio, un monaco buddista itinerante, col tradizionale abito blu e cappello di paglia in testa, chiede l'elemosina ai passanti, come suo dovere.
Si direbbe un contrasto stridente, ma non qui: tutto fa parte del
Giappone, un incredibile paese che riesce a fondere gli opposti con mirabile maestria, dove presente e passato si toccano e si amalgamano senza mai perdere la propria identità.

Più avanti una Geisha (o forse è solamente una allieva, una maiko-san) si lascia fotografare da professionisti e non, assumendo pose da bambola di porcellana. Anch'io mi lascio incantare e le rubo una foto.
Finalmente ha inizio la sfilata sul fiume: diverse barche da cerimonia passano lentamente lungo il fiume, tra due ali di folla che fotografa a tutto spiano. Sulle imbarcazioni personaggi in costume medievale si esibiscono in balli tradizionali, suonano strumenti classici come il koto, o semplicemente si lasciano ammirare. Dovrebbe trattarsi di una ricostruzione storica, ma sono troppo occupato ad ammirare la sfilata per mettermi a leggere qualche volantino informativo. Mi piacerebbe avere un teleobiettivo più potente, o almeno un binocolo: il fiume è largo, e spesso le barche passano lontano dalla riva. Il pomeriggio trascorre in un lampo: l'atmosfera di festa e l'allegria generale ci hanno fatto perdere il senso del tempo. Con un sospiro di rammarico, dedico una ultima lunga occhiata alle pendici delle colline lussureggianti di vegetazione accesa dall'autunno e mi avvio verso la stazioncina del treno che mi riporterà a Kyoto.

7 - Continua

Massimo Borri

 
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:: Massimo Borri
Massimo Borri, nato il 6 marzo 1971, diplomato alla Scuola di Informatica dell’Università di Modena, attualmente lavora come referente informatico per la stessa università, presso il Dipartimento di Chirurgia della facoltà di Medicina. Si occupa principalmente di fotografia, video editing e grafica 2D e 3D (con Blender 3D), oltre che di consulenza informatica a tutto campo. Innamorato profondamente del Giappone e di tutti gli aspetti della sua cultura, ha come hobby lo studio della lingua giapponese. Adora il gioco del Go con cui cimenta regolarmente assieme agli amici del Go Club del Tortellino. Ama il blues e il rock anni ’70, leggere e disegnare fumetti, il cinema e la letteratura di fantascienza, i giochi di ruolo. Ha scoperto nei libri di Thich Nhat Hanh il volto umano del buddhismo. Si interessa di filosofie orientali, arti marziali (ha praticato karate, taijiquan, kali) e in generale di tutto ciò che porta equilibrio e serenità. Per KULT ha curato in passato le sezioni dedicate a fumetti e animazione giapponesi e alla lingua del sol levante; attualmente scrive recensioni di applicazioni per Ipad.
 
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