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2009
6
Apr

Frozen River

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Lungo il confine tra Canada e Stati Uniti c'è un fiume che d'inverno si ghiaccia, diventando una zona di frontiera percorribile, il luogo ideale per far passare dei clandestini, nascosti nel portabagagli di una macchina. Perché anche il trasporto di esseri umani può diventare un lavoro, magari più redditizio di un part-time in un supermercato. Un'occupazione che non consente a Ray, una donna bianca con due figli, che è stata appena abbandonata dal marito di origini mohawk, di realizzare il suo sogno, comprare una nuova casa pre-fabbricata nella quale vivere con i suoi ragazzi.
Ma i soldi mancano e Ray va nella riserva indiana poco distante da dove vive a cercare il marito, trova invece la sua macchina, guidata da una ragazza mohawk, che segue fino alla sua roulotte e con cui inizia a parlare.
E così attraversa quel confine, quel fiume ghiacciato, perché i soldi servono e allora ogni modo diventa buono per guadagnarseli.
Courtney Hunt fotografa un'America livida e sconfitta, immersa in gelidi paesaggi invernali, abitata da un'umanità ad un passo dal fallimento, in una lotta tra poveri che inseguono i propri sogni. Ma Frozen River è anche la storia di una solidarietà femminile che supera le differenze razziali per trovare i suoi legami profondi nel senso di maternità e in quello della famiglia, dalla quale le figure paterne sono assenti (morte o fuggite) e che riesce a prendere una nuova forma, allargata, asettica, in cui non è più lo stesso sangue ad unire un nucleo di persone ma l'aiuto reciproco, l'apertura verso i bisogni dell'altro e quindi verso il sogno americano futuro, quello di un Paese multietnico in cui la diversità non sia divisione ma ricchezza, coesione.
Ritmato come un thriller, con l'ansia e l'angoscia che scavano i corpi delle protagoniste, attraversato da luci livide e sporche, Frozen River mette a nudo l'emarginazione di due donne che cercano in ogni modo di riappropriarsi della loro vita e di dare un futuro migliore ai loro figli. Da questa necessità che sembra non fermarsi davanti a nulla e che travalica gli scrupoli morali emerge una condizione femminile dura e cinica e allo stesso tempo disperata e fragile, un ritratto commovente di vite che si aggrappano l'una all'altra per non sprofondare nel dolore dell'esistenza, nel gelo della disperazione, per non scoprire che quei sogni, alla fine, non erano altro che nuove illusioni.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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