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Il ferro

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Il ferro

(o della cattiveria)

Il mattino talvolta è di ferro, inspiegabile, indistruttibile. Il mattino si può decidere o no. L’importante resta tuttavia iniziarlo.
Anche un mattino di ferro, anche un mattino che si muove coi piedi di piombo. Sul mattino possono camminare favole dritte o favole storte, questa appunto è una delle più sghembe che sia dato conoscere e narrare.

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1

Curtius sollevò il rostro verso il cielo.
“Vedi? – disse rivolto a Varant – anche oggi il sole è fatto di ferro, nient’altro che ferro!”
Varant lo guardò ansimando come un sifone, lo osservò dal fondo di quelle sue pupille immense, come sonnambulo. Curtius allora masticò fra i denti qualcosa e tornò a sedersi. Il rostro ora stazionava immobile sul suo viso, con un colore che il sole rendeva cupofiamma.
“Ferro, sempre ferro, non se ne può più! E pensare che ieri avrei detto che il sole si stava facendo morbido, quasi gassoso, puah!” Così dicendo sputò ai suoi fianchi e la saliva si depositò a terra, densa di muco e collosa. Varant sembrò scuotersi a quella vista e iniziò a parlare in modo flebile, con una vocina sottile sottile che faceva quasi rabbia a udirsi.
“Non capisco, scu-usa non mi riesce, non comprendo la tua avversione per il ferro, ma-ateriale durevole, re-esistente, pe-erno della nostra grande civiltà!”
Ecco, Varant l’aveva detto, con quel suo tono lamentoso, ma l’aveva detto. Curtius ora sollevò il suo rostro contro il cielo.
“Ah, già! Facile per il si-ignorino! Tutto zucchero e grasso lui! Lui può permettersi anche il ferro, tanto lo deve soltanto ammirare da lontano! Mentre io… io…” E così dicendo il rostro tremava e si sollevava come una minaccia incombente sul volto rotondo del placido
Varant.
“Io col ferro ci combatto tutti i giorni, guarda qua! – (e a tali parole si era scoperto una spalla dove una lunga trafilatura metallica compariva a cavallo tra omero e clavicola)- Ti basta o ti sei dimenticato anche di quest’altra cosa?” Ed ora indicava il rostro che si muoveva in su e in giù, arrivando quasi a lambire le guance morbide di Varant.
“Un giorno tutti noi saremo soltanto ferro, e chi ci potrà far nulla?
Anche tu, mio caro Varant, aspetta e vedrai! Ah, il tuo bel grasso allora dove andrà a finire, anche tu ti trasformerai in un ingranaggio e ti muoverai come una rotellina, flip, flip! Vedrai che gusto!”
“Ma osserva il sole di oggi! – continuò dopo una brevissima pausa –
Oggi poteva almeno non essere di ferro, e invece anche lui è solo ferro e nient’altro!”
Varant fece spallucce e si volse. Ora i suoi occhi erano tornati a navigare nell’immobilità e nella quiete. Si sarebbe detta suprema indifferenza, invece il suo cuore morbido era straziato da una disperazione che non aveva più il coraggio delle parole per mostrarsi al mondo. E il mondo che cos’era mai? Dovunque volgeva lo sguardo, il buon Varant vedeva solo bulloni e cacciaviti, morsetti e chiodi, chiodi all’infinito. Una nuvola di polvere ferrosa si stese sul tramonto, mentre il sole girava e rigirava le sue ferrigne vestigia.
Curtius lampeggiava d’impazienza. Si toccava il rostro e attendeva… il suo ciglio si levava di contro al sole e la sua bocca pareva muoversi alla cadenza di un rosario, mentre Varant, appoggiato al suolo, era definitivamente perso nel nulla. D’un tratto Curtius si scosse. La testa si era fatta più dura e liscia, quasi rugginosa… improvvisamente. Le braccia si muovevano a scatti e a fatica, come una morsa o una molla durissima, le gambe erano rigide come piombo.
“Ti ringrazio… ti ringrazio, o padre sole-ferro, – esclamava in tono estatico Curtius – hai esaudito la mia preghiera, ora non avrò più pene da soffrire… oltre il ferro che c’è a questo mondo, di maggiormente duro e cattivo?” E levava le braccia scheletrite verso il fondo dei cieli…
Varant si volse a contemplarlo, adesso anche in lui la disperazione si era dissolta. Di fronte allo spettacolo di Curtius tramutato in ferro, una strana serenità lo pervadeva per ogni membro.
“Ferro, ferro… nient’altro che ferro… come è buffa la vita…”
Nello stesso istante in cui Varant pronunciava in sè tali pensieri, sentì una punta inesorabile abbattersi su di lui e trapassarlo di netto. Alzò il capo ed ebbe appena il barlume di tempo per intravedere il rostro di Curtius, macchiato del suo sangue.
“Scusami, mio buon amico, ma solo il ferro deve vivere, a questo mondo! Mi dispiace, ma è un destino… tutto va verso il ferro, tutto sarà solo ferro in avvenire e per sempre!”
Dopo aver ritratto il rostro, Curtius scostò la salma di Varant, lentamente, con mani e piedi. Il dolore gli fece appena stridere qualche puleggia.

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2

Curtius cominciò così a camminare, ad allontanarsi dal luogo in cui il buon Varant giaceva spappolato. Per la sua testa ferrosa passavano solo buoni pensieri. Era stato un atto di infinita pietà quello con cui aveva giustiziato Varant. Voleva risparmiargli il peso del ferro prima che anche per lui fosse stato troppo tardi.
Ora Curtius ce l’aveva tutto nelle sue membra. La mano terminava lucente nell’avambraccio e questo passava nel bicipite duro e poi nella spalla, nel torace possente come torre e di lì fin nelle gambe, polpacci e piedi. Tutto era fortissimo ferro, ma pesante, ahi quanto!

Curtius, camminando, ammirava le bellezze del cosmo. Levava lo sguardo al sole metallico, e poi tornava a contemplare la terra. E che vi trovava? Ancora e solo ferro, dappertutto, smisurato, nero e cupo, lucido e opacato da brine rugginose. Alberi si ergevano come zagaglie, le loro foglie erano smerigliate e brune, fiori come scudi di paladini, parevano immensi, pur se piccoli erano puntuti e inestirpabili.
E dire che una settimana prima ogni cosa, l’universo intero, era stato diverso: pareva volersi decidere a divenire pura acqua trasparente, o nube solcante gli empirei vacui del nulla. Si era a poco a poco sdensato e anche Curtius aveva sentito la sua pelle cedere e farsi più umida, lo sguardo vagare in un oblò di serra marina.
Avrebbe giurato che, di lì a pochissimo tempo, il ferro si sarebbe sciolto come neve sotto i colpi dell’universo intero. Gli era parso di vedere il sole che si espandeva quasi fosse una bolla satura di gas, farsi azzurrino, verdastro. Invece nulla di nulla. Anzi il ferro era tornato subito dopo a farsi prepotente, irresistibile.
Curtius camminava lento ma con decisione. Occorreva andare. Ora che il ferro aveva conquistato il cosmo, non bisognava attendere un minuto di più. Girò ancora la testa per osservare il buon Varant, che ormai lontano continuava a rosseggiare nel glabro campo brunito.

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3

“Che cosa sono le idee se non ferro, ferro e basta?”
Questo Curtius pensava, mentre le sue ginocchia rigide tentavano di sormontare faticosamente i dossi ferrigni del mondo. Un ferro più sottile – certamente – ma pur sempre duro e indistruttibile.
E rivedeva la sua giovinezza, la sua casa paterna, e ogni cosa gli pareva immodificabile, inestirpabile. Facce buie risalivano da lontanissime lave e lì si condensavano, nel suo occhio, senza pietà.
Storie che precipitavano da una immane colata, raffreddandosi poi in un disegno per sempre concluso.
“Nulla può veramente cambiare, niente può modificarsi, a questo mondo!”
Aveva da sempre sperato che ogni cosa un giorno sarebbe stata leggera come l’aria e invece tutto si contraeva, ristagnava, facendosi duro e spesso. Era stato sempre così, per lui. Solo Varant si era in qualche modo salvato, lui che coltivava l’angoscia dentro e non ne voleva sapere di scendere a patti col ferro. Ma Curtius, anch’egli aveva lottato, eppure alla fine si era reso conto che era stato inutile.
“Sì, benvenuto sia pure il ferro, se così deve essere!”
Curtius camminava ormai sotto una cupola che era il destino universale del cosmo stesso. Giunse a sera vicino a una sorta di radura. Intorno non c’era nessuno. Provò a chiamare, ma la sua voce era tinnente e quasi beffarda. Aveva sete e, chinandosi a terra verso una pozza d’acqua, si accorse che era spessa come lamiera. Pensò che la sete dovesse essere l’amica del ferro, come la fame e le altre cose più brutte. Camminò per l’intera notte e, al mattino, stranamente non aveva ancora sonno.
“Ecco il vantaggio del ferro! – si disse rincuorandosi – Ma si capisce, bisogna andare, andare… andare dove so io!”
Mentre scostava le foglie rigide, si accorse che anche gli animali erano ormai immobili. Volpi che parevano di bronzo stavano infrascate sotto l’ombra del ferro, donnole e ghiri riposavano accucciati con i loro piccoli, metallici cucciolini.
“Questi non si muovono più, proprio come Varant! – pensò Curtius guardandoli per un istante – Solo io ho il supremo privilegio di dover andare, portarmi addosso il peso, eppur vivere!”
Il sole intanto si era fatto alto e quadrato e roteava immobile anch’esso, spandendo intorno una luce indefinibile, polverosa. Poi, a poco a poco, s’inabissò dietro l’orizzonte che pareva la lama tesa di una mannaia. Curtius pensò che era ormai tempo di dormire e si accasciò su un cumulo di sottili rottami.

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4

Quando il mattino salutò di nuovo il viso del nostro camminatore,
Curtius si levò stridendo e cigolando, e si mosse lentamente. Le foglie parevano punte di dardi e i fili d’erba stili senza inchiostro nè sangue.
Mentre osservava il nuovo mondo con occhio immobile, gli parve di udire un fruscìo alle sue spalle, anzi quasi un sibilo sottile e leggero. Si volse e vide un’ombra che si rimpiattava da dietro le scaglie di un enorme latifoglie. Fece per accostarvisi, ma l’ombra sussultò e si ritrasse.
Curtius ebbe un attimo di paura. Come… anche lui, forgiato nel più bellicoso dei metalli, poteva ancora provare la paura della carne? Si riscosse e, stringendo il pugno tanto da graffiarsi la superficie della mano, procedette in direzione dell’ombra.
Apertasi la via fra grossi fusti ormai completamente irrigiditi, si trovò improvvisamente di fronte a un altro essere ferrigno quanto lui, ma diverso. Che cos’aveva di differente? Curtius non se lo chiese neppure, ma sentì in cuor suo che un desiderio avvampava alla prima vista dello straniero.
Sul capo aveva quello lunghi fili di ferro che rilucevano all’ombra del bosco, braccia più smilze e mani alquanto più affusolate. Bocca ben disegnata e pronunciata, due seni durissimi sul davanti e due gambe perfettamente ovoidali intagliate su un bacino ad ansa. Curtius si avvicinò all’essere di ferro e lo accarezzò. Poi gli prese la testa e gli sfiorò le labbra con le sue.
Un tinnìo salutò il loro bacio. Si sdraiarono e l’erba di ferro sembrò non resistere al loro peso. Poi, così adagiati, si possedettero fra cozzi sonori e duri amplessi. Nel culmine del piacere il ferro parve infiammarsi e arroventarsi ed entrambi avvampare nell’urto, duro e lubrico come mai avevano provato.
“Chi l’ha detto che il ferro è una materia insensibile?”
Così Curtius andava pensando dopo che, a terra, guardava il suo corpo trasudare e farsi a poco poco più freddo e composto.
“Sia benedetto il ferro, piuttosto!”
Ma intanto, senza che egli se ne accorgesse neppure, il suo compagno era sparito, dileguato dopo il rapido amplesso, e Curtius non se ne dava ragione.
“Questi dannati pensieri! – si disse fra sè – Non ci si può abbandonare a loro neanche un attimo che sei perduto!”
E andava rigirando come un ubriaco alla ricerca di quel corpo troppo rapido nel donarsi e altrettanto troppo rapido nel dissolversi.
Continuò così tutta la giornata, a raspare tra il ferro dei fossi, ma neppure un’orma ritrovò di quello che, alla fine, gli parve solo come un amabile incubo in cui, complice la foresta di ferro, era entrato.

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5

Mano a mano che Curtius procedeva, tutto pareva già lontano e quasi irreale. Lo sconosciuto del bosco, il corpo del buon Varant, il mondo fatto di terra e di erba, le acque scintillanti e gorgoglianti sembravano non essere mai esistiti.
“Il ferro travolge ogni cosa, non vi sono superstiti al ferro!” si ripeteva Curtius, agitando il suo rostro lungo la pista ferrosa.
Non si comprendeva più. Solo alcuni giorni prima malediceva di cuore il suo dover essere ferro, toccava e ritoccava la trafilatura della spalla e il rostro come se soggiacesse a un orrendo incubo, mentre adesso gridava con tutte le sue forze, con l’inferno della sua convinzione, un inno totale al ferro.
“Così sia! Così sia!- scandiva in sè passo dopo passo – Basta con i tentennamenti e le scuse, basta con tutto ciò che ammorbidisce l’animo, infiacchendo la coscienza! Se bisogna andare, occorre essere risoluti. Se la strada è ormai quella del ferro, è necessario percorrerla fino in fondo!”
Curtius sollevò il capo per dare un’occhiata al sole. Perbacco! Ormai l’astro era una sorta di cassaforte blindata – si disse ridendo – adesso sì che non si riconosceva davvero più dal solicello pallido e fatuo che splendeva la settimana prima sul suo capo! Pareva una mina o una bilia d’acciaio, o anche uno strano, cupo ed oscuro diamante.
Quando il giorno fu alto, Curtius giunse finalmente fuori dall’intrico delle punte di ferro, dalla foresta mineralizzata.
Davanti a sè – ora – vedeva un paesaggio che non si sarebbe mai atteso. Il ferro – stranamente – si era come dissolto e all’orizzonte la vegetazione prosperava, verde e rigogliosa.
“Ma che succede mai?” si domandò Curtius stupefatto.
Sollevò il capo e il sole… cosa inaudita!.. era uguale a quello della settimana scorsa, anzi splendeva in modo ancora più brillante e amabile.
“Il ferro, che fine avrà fatto il ferro, quaggiù?” si chiedeva con angoscia, non credendo ancora ai suoi occhi.
Il mondo adesso pareva gonfiarsi e allentarsi. Più procedeva innanzi e più le cose sembravano leggere e ariose. Le punte che, come zagaglie, spuntavano irte dal terreno, si erano ammorbidite e ora si lasciavano accarezzare teneramente dalla brezza che le lambiva. E i fiori profumavano, anch’egli ne poteva sentire l’aroma attraverso il rostro.
Già, … che stava succedendo? Dov’era mai quel maledetto rostro con cui aveva giustiziato il buon Varant? Al suo posto, adesso, Curtius poteva sentire un naso molliccio e protuberante che si allungava fin sopra la bocca. Non doveva essere bello, ma senz’altro era molto meglio di quell’arnese metallico…
Incredibile! Il ferro era sparito dal suo corpo! Le sue gambe potevano camminare con scioltezza, e ora Curtius, in un impeto di gioia, saltellava tutt’intorno come fosse uscito di senno.
Com’era leggero adesso l’universo! Curtius fece una corsa veloce e d’un tratto fu immerso nella vegetazione. Quando si trovò nel folto della verde boscaglia vide dinanzi a sè una bellissima fanciulla che gli disse:
“Ciao! Forse che non mi riconosci? Ci siamo appena incontrati qualche ora fa!”
Ma Curtius non capiva… a meno che… certo… era senz’altro l’essere metallico che aveva incontrato e amato duramente nella selva di ferro!
Fece per seguirla, ma lei dileguò dietro un rumore gorgogliante di acqua sorgiva.
Ad un certo punto vide un uomo che si muoveva in lontananza… chi mai avrebbe potuto essere? Cercò di affinare lo sguardo e gli parve di riconoscere Varant… come era possibile? Già… ma tutto era ormai improbabile a credersi: il mondo leggero, il sole ridente, la meravigliosa boscaglia… la fanciulla ed ora il suo vecchio amico…
No, non poteva essere vero, doveva sognare o fors’anche essere divenuto preda di un delirio inspiegabile.
Curtius si toccò la fronte, attanagliato da un’angoscia improvvisa, mentre i pensieri ricominciavano a correre.
“Ferro, ferro, solo ferro! – diceva adesso improvvisamente Curtius a denti stretti – Il futuro è del ferro, questo non può essere vero… non può!”
Camminava con le gambe indolenzite, fino a che raggiunse un basso costone di rocce grigiastre. Al di là di quello il sole cominciò a oscurarsi e a farsi duro, la vegetazione si immobilizzò.
Curtius allora si toccò il volto e sentì l’aguzzo becco della punta metallica.
“Il rostro! – pensò – Finalmente il rostro!” Si volse allora indietro.
Addio mio buon Varant, così vuole il destino!”
Si inoltrò per un basso e lucido sentiero, al di là del quale solo ferro, puntuto, aspro, laminato e scaglioso appariva.
“Così sia, così sia!”

Loris Belpassi

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