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2009
20
Gen

Diritti umani sì, ma per quale umanità?

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«Il problema di fondo relativo ai diritti dell'uomo è oggi non tanto quello di giustificarli,
 quanto quello di proteggerli»
(Norberto Bobbio, L'età dei diritti)
 
Nel dicembre dello scorso anno, in tutto il mondo si è pomposamente celebrato il 60° anniversario della proclamazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo[1]; quest'anno nel mese di agosto, invece, ricorrono i 60 anni delle quattro Convenzioni di Ginevra[2] sul diritto internazionale umanitario (DIU), meno ipocritamente noto come diritto bellico o dei conflitti armati.
Importanti strumenti che è bene ricordare ma che, ancor più, sarebbe meglio applicare, dal momento che da ognuno di loro discende una serie di diritti in capo ad ogni essere umano e, di conseguenza, di doveri dei pubblici poteri, realizzando i quali è possibile, o sarebbe possibile, permettere la piena e completa realizzazione di quell'umanità che li ha elaborati.
Per avere un'idea, anche solo parziale e limitata, della attuale situazione in cui versano i diritti umani oggi citiamo alcuni dati tratti dall'ultimo rapporto[3] di Amnesty International sulla situazione dei diritti nel mondo e proviamo a leggerli in parallelo con quanto previsto dalla Dichiarazione.
Il primo articolo recita in maniera lapidaria che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il seguente specifica che «Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione», ma nonostante questo, nei soli primi sei mesi del 2007 (ultimi dati disponibili), in Egitto almeno 250 donne sono state assassinate dal marito o da altro familiare per motivi legati al rispetto dei costumi tradizionali dell'Islam e, per questo motivo, considerati non perseguibili penalmente. Tutto ciò in un paese mediterraneo considerato all'avanguardia nel cammino di apertura interculturale e pienamente rispettoso delle basilari regole del moderno stato di diritto.
L'art. 3 prevede che «Ogni persona ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona», ma nonostante questo nel 2007 sono state eseguite circa 5.821 condanne a morte[4] in ben 26 paesi del mondo. Tutti paesi che hanno aderito, almeno a parole, alla Dichiarazione di cui abbiamo celebrato i 60 anni.
Non va meglio per l'art. 5, «Nessuna persona potrà essere sottoposta a tortura o a trattamento o a pene crudeli, inumane o degradanti», se sono stati documentati casi di tortura in più di 80 paesi.
E cosa dire dell'art. 7, «Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, a un'eguale tutela da parte della legge», se Amnesty International ha rilevato ben 23 ordinamenti che prevedono discriminazioni nei confronti delle donne, 15 verso i migranti e almeno 14 contro le minoranze etniche? Il caso della proposta di legge (e della polemica che ne è derivata con l'intervento ammonitore della Commissione Europea) per creare una banca dati con le impronte dei Rom presenti in Italia evidenzia che pure il nostro paese non è immune da simili derive.
Sulla medesima scia, l'art. 9, «Nessuna persona potrà essere arbitrariamente arrestata, detenuta o esiliata», e l'art. 10, «Ogni persona ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, a un'equa e pubblica udienza davanti a un tribunale indipendente e imparziale», sono continuamente e apertamente violati, proprio da chi si erge a paladino della democrazia: a fine 2007, erano almeno 25.000 le persone detenute in Iraq dalla Forza multinazionale senza accusa, processo o possibilità di essere assistite da un legale di fiducia[5]!
L'art. 13 prevede che «Ogni persona ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato», ma oltre 550 postazioni militari e altri blocchi imposti da Israele hanno limitato o impedito il movimento dei palestinesi all'interno della Cisgiordania per motivi di "ordine pubblico".
Non va meglio per chi, pur senza agire, si limita a "pensare": l'art. 18 riconosce che «Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione» e il successivo prevede che «Ogni persona ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, [...] di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini», e nonostante ciò si registrano prigionieri di coscienza in 45 nazioni e leggi limitative della libertà d'espressione e di stampa in ben 77 paesi. E il caso di censura del motore di ricerca Google, venuto alla luce in occasione dei giochi olimpici di Pechino, è solo un macroesempio di palese violazione dinanzi alla quale pochi hanno osato alzare la voce.
La situazione non muta per quei diritti di natura socio-economica pur riconosciuti dalla Dichiarazione del 1948: all'art. 23 si dice che «Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro [...] e di fondare dei sindacati e di aderirvi», ma conosciamo bene la situazione dei lavoratori in molte parti del mondo, per non citare il caso della Colombia dove i sindacalisti assassinati non si contano più.
E come porsi dinanzi all'art. 25, «Ogni persona ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia [...] La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza», quando le statistiche ufficiali riportano che almeno il 14% della popolazione del Malawi è affetta dall'Aids e solo il 3% ha accesso a farmaci anti-retrovirali gratuiti[6].
Ben strano compleanno quello che è stato celebrato: l'Onu vanta che i principi di base dei diritti dell'uomo, enunciati per la prima volta nella Dichiarazione, universalità, interdipendenza, indivisibilità, uguaglianza e non-discriminazione, facciano oggi parte di un patrimonio condiviso da tutti i 192 suoi membri[7] e, a questi, si accompagni una serie di obblighi, parimenti riconosciuti e condivisi, da parte dei responsabili dei pubblici poteri, riaffermati in più occasioni e in numerosi ulteriori strumenti di diritto internazionale. Le discrasie sopra riportate, allora, non si spiegano.
E non si spiegano neppure, venendo alla più recente attualità di questi giorni di violenza a Gaza, i casi in cui si è vietato l'ingresso degli aiuti umanitari destinati alle popolazioni non in armi, l'uso di civili come scudi umani e il mancato rispetto di siti quali le scuole e gli ospedali, o la distruzione sistematica dei villaggi nel Darfur (Sudan) e la violenza sessuale, usata quale arma impropria contro donne e bambini in Congo.
Chi ha denunciato la debolezza del sistema dei diritti umani derivante dalla sua "occidentalità", ha anche proposto la definizione di una Carta minima di diritti veramente universali, una sorta di "versione base" cui qualunque paese, cultura, tradizione possa aderire in maniera libera e "sincera"[8].
Qualcuno[9] si è spinto sino a delineare questo elenco de minimis inserendovi solo 5 punti e, più precisamente: il riconoscimento del valore fondamentale della dignità degli esseri umani, senza alcuna discriminazione (tipico degli strumenti tradizionali); il rispetto dei diritti fondamentali dei gruppi e dei popoli (concetto più recente, proprio dei paesi asiatici e africani); la lotta ad ogni tipo di discriminazione razziale (e i grandi flussi migratori di oggi e di domani saranno un arduo banco di prova); l'inaccettabilità di violazioni "gravi, ripetute e sistematiche" da parte degli stati, a prescindere dalle reali condizioni economiche e organizzative in cui si trovano (si pensi a certe situazioni di non-stato nella regione dei grandi laghi o nel Corno d'Africa); la legittimazione degli interventi pacifici, e non armati, della comunità internazionale nei casi di palesi e ripetute violazioni (previsione totalmente differente dall'ormai usuale "ingerenza umanitaria" o dall'ipocrita "difesa preventiva" cui si ricorre per legittimare interventi militari di varia natura[10]).
Sino a quando, però, la comunità internazionale non si accorderà su una nuova modalità di tutelare i diritti di tutti, e riconoscendo la diffuse responsabilità in questo compito, a noi viene da condividere pienamente l'opinione espressa da Mons. Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo a New York al Consiglio di Sicurezza, che afferma: "[…] per assicurare la protezione di civili non basta un rinnovato impegno a rispettare le leggi umanitarie, ma è innanzitutto necessaria una buona volontà politica"[11].
Terminate dunque le iniziative per i 60 anni della Dichiarazione Universale, e in attesa degli eventi ginevrini, non resta altro che auspicare un effettivo impegno di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, governanti o semplici cittadini che siano, a rendere effettivi i diritti di ogni essere umano, in qualunque circostanza esso si trovi, ricordando che, come proclamato nel preambolo, «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».
Pace di cui abbiamo oggi un enorme bisogno!
 
(Fonte immagine: Jerry Robinson, esposizione di vignette "Sketching Human Rights", tenutasi presso la sede delle Nazioni Unite di New York dal 10.12.2007 al 17.01.2008 e, poi, in Belgio, Francia, Austria e Svizzera)


[1] Proclamata a New York il 10 dicembre 1948. Cfr. sito delle Nazioni Unite dedicato alla ricorrenza con interessanti materiali in più lingue, http://www.un.org/events/humanrights/udhr60/index.shtml.
[2] Adottate a Ginevra il 12 agosto 1949, sostituirono il corpus iuris ginevrino che si era formato tra il 1864 (Convenzione per il miglioramento delle condizioni dei militari feriti in guerra) e il 1929 (Convenzione sul trattamento dei prigionieri di guerra).
[3] Cfr., per la versione in italiano del rapporto, http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/105.
[4] Cfr. http://www.nessunotocchicaino.it/bancadati/index.php?tipotema=arg&idtema=12000542.
[5] Cfr. in tema di rispetto delle norme processuali per i prigionieri di guerra, dello stesso Autore, Diritto di pace e diritto di guerra: come giudicare i talebani a Guantanamo?, in KultUnderground, n.82, 2002.  
[6] Cfr. in tema di accesso ai farmaci, dello stesso Autore, ASAQ: il primo farmaco open source contro la malaria, in KultUnderground, n.140, 2007.
[7] Cfr. http://www.un.org/members/list.shtml.
[8] Cfr. Algostino A., La forma e la sostanza, in Missioni Consolata, n.10-11, 2008.
[9] Cfr. Cassese A., Gaeta P., Le sfide attuali del diritto internazionale, Il Mulino, 2008, pp. 169-170.
[10] Cfr. in tema di uso della forza, dello stesso Autore, Legitimatio ad bellum: II guerra del Golfo e uso della forza in diritto internazionale,  in KultUnderground, n.96, 2003
[11] Cfr. Civili usati per scopi militari. Anche in Congo, Iraq e Darfur non si fa abbastanza, in Corriere della Sera, 15.01.2009.
 
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:: Davide Caocci

Davide Caocci, nato a Milano nel 1972, si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica e specializzato poi in Diritto internazionale, Diritto UE ed Economia. Ha lavorato tra Europa, America latina e Africa subsahariana come esperto di politiche europee e consulente per la cooperazione allo sviluppo. A questo ha sempre affiancato una ricca attività didattica in università italiane e straniere e una altrettanto ricca produzione di articoli sui fenomeni legati alla globalizzazione. Ora vive in Argentina, dall’altra parte del mondo. “Semel Scout Semper Scout”.

 
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