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2006
1
Mar

Illazioni su una sciabola - Claudio Magris

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Vi sono avvenimenti storici - intere stragi talvolta che rimangono per sempre marginali, quasi dimenticati da tutti, come se certe vite valessero infinitamente meno di altre, o come se fosse addirittura fastidioso ricordare certi errori. Cos la storia seppellisce tutto tra le sue pieghe e il tempo inghiotte inesorabilmmente nelle sue sabbie mobili quelle figure umane.

Solo la pazienza di qualche studioso, capace di unire alla ricerca storica labilit nel narrare, riesce a riportare alla luce quei fatti e ad elaborare congetture sul loro svolgimento, laddove manchino dati incontrovertibili o dove la diceria popolare abbia gi trasportato i protagonisti in unaura mitica.

 

Nellottobre 1944 la Carnia venne occupata dai tedeschi e dai loro alleati cosacchi, cui era stata promessa la realizzazione di una patria ideale proprio in quei luoghi. I cosacchi si spostarono quindi con carri, bestiame e famiglie, nella speranza di poter trovare una sistemazione e una terra propria, tante volte promessa e mai ottenuta. In Carnia compirono vasti saccheggi e orribili atrocit ai danni delle popolazioni locali, finendo poi essi stessi ingannati e sterminati. Infatti nel 1945, di fronte allavanzata alleata, i cosacchi risalirono in Austria, da dove erano discesi, decisi a sfuggire ai sovietici che avanzavano. In cerca di una salvezza si diedero agli inglesi, che, venendo meno alle promesse fatte, li consegnarono ai russi. Vistisi perduti, molto cosacchi preferirono suicidarsi annegandosi nella Drava, molti altri vennero giustiziati selvaggiamente.

 

Questa vicenda storica, semi-dimenticata e piuttosto oscura, viene ricostruita da Magris da un punto di vista assai originale in questo libretto, che costituisce anche il suo esordio come narratore.

Il testo ha la forma di una lettera scritta da un anziano sacerdote ad un suo amico, pure consacrato.

Durante i terribili giorni delloccupazione cosacca il narratore era stato incaricato dal vescovo dintercedere presso i cosacchi a favore delle popolazioni locali, vittime delle violenze e delle ruberie degli invasori.

La sua conoscenza della lingua tedesca e di quella francese lo rendevano adatto per quel compito.

Da due anni il sacerdote, ormai in pensione, ha reso pubblica sempre su incarico del vescovo che probabilmente vuole inserirla negli archivi diocesani -  una relazione su quei fatti, che stata apprezzata e notata da un giornale diocesano. Ora la rilegge e cerca di ricordare nuovi particolari.

Durante la sua missione, peraltro durata solo pochi giorni (27ottobre-4 novembre 44), il sacerdote ricorda di aver parlato con un graduato, un generale o un colonnello, per cercare di alleviare le condizioni delle popolazioni locali e questi gli era sembrato ben disposto, anche se poi non era stato possibile ottenere grandi risultati.

Mentre affiorano i ricordi storici e le varie congetture sugli eventi, compaiono qua e l, soprattutto nella parte iniziale, particolari della vita del sacerdote, che ormai vive in una Casa del Clero e ha come soli passatempi la rievocazione memorialistica di questa vicenda storica cui ha, almeno parzialmente, partecipato, e lincontro al sabato pomeriggio con alcuni amici al Caff San Marco di Trieste.

Ogni nostra azione ha un effetto cos breve e, subito dopo, le cose sembrano tornare a succedere indifferenti e necessarie, come se non contasse nulla aiutare un altro o fargli del male, essere buoni o ingiusti. Ma forse siamo noi incapaci di vedere le conseguenze del nostro agire, o lo sono io, ormai un pensionato dello spirito (p. 10).

Il tema del ricordo, della memoria attraversa lintera rievocazione, ma , almeno allinizio, una sorta di gioco, unoccupazione per la mente del narratore, che poi finisce per appassionarsi ai fatti, per compiere ricerche, incontrare personaggi e testimoni, fino ad affermare che quella vicenda lo specchio della sua esistenza.

Memoria di un anziano, memoria vacillante eppure tramandata, ma senza certezze assolute: illazioni sono spesso quelle che fa il narratore. Raccoglie ipotesi, oppure immagina quel che pu essere accaduto, deduce.

Lincontro col misterioso ufficiale determinante: il sacerdote vuole credere che quelluomo fosse il famoso comandante cosacco Krasnov, il generale bianco, autore di romanzi storici.

Da questa sua affermazione inizia la ricostruzione di una vicenda storica tutta giocata sullequivoco e sullinganno, una vera beffa della storia ai danni dei cosacchi e di conseguenza delle popolazioni friulane.

Krasnov credeva di esser chiamato a costruire in Carnia una nuova patria ideale per i cosacchi,in realt era una pedina nelle mani dei tedeschi, silludeva di comandare, fingeva di non vedere le stragi e le violenze compiute dai suoi stessi uomini ai danni di unaltra popolazione incolpevole.

A sua volta il narratore si convince di aver realmente incontrato il generale, ma di fatto non ne sicuro.

In terzo luogo vi un ulteriore inganno che riguarda la morte di Krasnov e il suo cadavere.

Nel 1957 tre ufficiali tedeschi vanno al cimitero di Villa Santina in Carnia, presso una tomba senza lapide, qui riesumano e riconoscono la salma di Krasnov, che viene traslata in un camposanto presso il lago di Garda, dove riposano i resti dei soldati tedeschi e dei loro alleati.

Secondo questa versione Krasnov era stato ucciso dai partigiani il 2 maggio 45 in Val di Gorto mentre si ritirava verso lAustria con i suoi cosacchi.

Dalla terra era emersa, tra gli altri resti, soltanto lelsa della sciabola.

Unelsa bruna e ricurva, finemente intarsiata, che sembra suggerire la solitudine: promessa di gloria e sigillo di vanit, breve illusione di sicurezza e di sostegno per la mano che la stringe e crede di sentirsi meno sola nel fluttuare delle cose.

La terra ha restituito quellelsa, non la lama: unarma che non pu colpire, stendardo senza reggimento o cavallo senza cavaliere. Quellelsa, nella fotografia, ha qualcosa dimpavido, un gesto magniloquente di sfida, che minaccia ci che non potrebbe mai porre in atto. Un gesto falso, ma ostentato con coraggio autentico (p. 22-23).

Qui sinserisce per la seconda versione della morte di Krasnov: il 27 maggio 45 si sarebbe sfilato la sciabola in Austria, nella valle della Drava, per darla agli inglesi, cui si era arreso insieme ai suoi uomini dietro assicurazione che mai sarebbero stati consegnati ai sovietici. I fatti poi andarono diversamente e Krasnov venne fucilato a Mosca nel 1947. Questultima risulta essere la versione pi attendibile e certa dei fatti.

Il narratore si chiede le ragioni di questa contraffazione della verit, cerca i motivi dellequivoco, non la verit, e di qui va ricostruendo e rievocando la figura di questo generale-scrittore e del suo popolo.

La menzogna altrettanto reale quanto la verit, agisce sul mondo, lo trasforma, davanti a noi, la possiamo vedere e toccare, fungo velenoso.(p. 39).

Come in Un altro mare compare il gusto di Magris per lindagine su fatti marginali, nascosti, inganni della storia, quasi a dimostrare come tutto sia relativo e la verit sempre sfaccettata, complessa.

Due date di morte per Krasnov, due date di morte per Enrico Mreule, figure che rischiano di perdersi nel niente, luno per propria stessa volont, laltro per oblio della storia e soprattutto di chi scrive la storia.

Krasnov viene delineato con laiuto delle opere che ha scritto e che lo riflettono. Era un aristocratico di vecchio stampo, anti-partigiano, cultore dellordine e della disciplina, ma soprattutto un illuso, convinto di essere padrone del destino, di fatto usato come una pedina, incapace di vedere la realt dei fatti.

Lanalisi diviene approfondita quando il narratore constata che Krasnov credeva di difendere lordine costituito rappresentato dallo zar, in realt difendeva soltanto il caos della sua armata, lindipendenza del suo popolo contro la rivoluzione e il suo appiattimento di ogni diversit.

Vari personaggi e ipotesi vengono chiamati in causa e contribuiscono a definire meglio Krasnov e il suo popolo, i cosacchi, vittime dellinganno della storia, vero emblema del niente .

Tutta questavventura una marcia allindietro, verso il niente, e attraverso le quinte di cartapesta che coprono il niente, un continuo ritorno sui propri passi (p. 40)

I cosacchi, popolo fiero e indipendente e perci scomodo, entrano in Carnia dallAustria, poi escono per la stessa strada e non approdano a nulla, popolo senza terra, allinseguimento di una promessa, in fuga, massacrati e poi dimenticati. Colpevoli e innocenti allo stesso tempo, come il loro generale.

Forse il male proprio questambiguo scambio di parti, questa mescolanza di colpa oggettiva e di incolpevole abbagliamento individuale, questa frode impalpabile, che logora ci che vi di pi nobile in noi e fa di ogni peccatore anzitutto una vittima, un ingannato (p. 43).

Convinti di trovare una patria, avevano distrutto quella altrui, capitanati da un uomo pervaso da una deviata passione di libert (p. 57).

Fedeli solo a s stessi, liberi, poco controllabili e poco affidabili, disposti a combattere laddove possono difendere la loro esistenza senza legge, i cosacchi verranno schiacciati del Potere, che non tollera diversit, non tollera fantasia e avventura. Lossessione di Krasnov era la fine di questindipendenza e delloriginalit.

Per questo ha finito per collocarsi fuori dalla storia e per autocondannarsi.

 

Quellelsa affiorata fra le zolle mi fa pensare a quel tronco, che ora sar ancor pi cancellato, ma non ancora del tutto, mi fa pensare alla brevit ma anche alla durata della nostra vita e mi sembra conciliare il grande s che diciamo al nostro tramonto, accettandolo serenamente, con la piccola resistenza che giustamente gli opponiamo, anche quando crediamo, come credo io, di essere sazi e stanchi di vita, perch anche un pomeriggio in pi al caff San Marco poca cosa rispetto alleternit ma pur sempre qualcosa e forse non tanto poco (p. 74).

 

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

CLAUDIO MAGRIS (Trieste 1939) docente di Letteratura Tedesca allUniversit di Trieste e collabora al Corriere della Sera.

Tra le sue opere: Il mito asburgico (1963), Lontano da dove (1971), Itaca e oltre (1982), Lanello di Clarisse (1984), Illazioni su una sciabola (1984), Danubio (1986), Dietro le parole (1988), Stadelmann (1988), Microcosmi (1997, premio Strega), Utopia e disincanto (1999) e La mostra (2001).

 

Claudio Magris, Illazioni su una sciabola, Garzanti, Milano 1992.

Il libro richiederebbe unintroduzione storica sui fatti.

 

Sulla vicenda dei cosacchi in Carnia: C.SGORLON, Larmata dei fiumi perduti, gi recensito da G.Franchi.
 
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:: Marina Monego
Marina Monego (Venezia 1961), d'origini veneziane con antenati scesi col Piave dalla val Zoldana, si è laureata in Lettere all'Università di Ca'Foscari a Venezia con una tesi sul viaggiare settecentesco. Dopo qualche breve avventura nel mondo della scuola ha messo su famiglia e ha deciso di dedicarsi integralmente al marito e ai due figli, nonché al beneamato gatto Ulisse. Da molto tempo risiede in Terraferma, ma a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri. Ama la montagna e i boschi, ma non disdegna il riposo sui lidi marini, possibilmente con qualche bel libro. Non ha mai dimenticato il mondo della letteratura, né ha mai perso il vizio di scrivere. Da qualche anno affida i suoi testi al web e suoi articoli sono apparsi su lankelot.com (sito del quale ha condiviso le vicissitudini, appartenendo alla redazione), piazzaliberazione.it; anpimagenta.it; giovaniemissione.it; homoweb.it. Attualmente collabora anche a lankelot.eu e transfinito.net. Durante il periodo universitario ha pubblicato sulla rivista ''Annali Veneti'', in collaborazione con Lauretta Novello, una ricerca demografica su un archivio parrocchiale della terraferma veneziana.
 
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