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2006
1
Gen

La Guerra dei Mondi

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La Guerra dei mondi è uno di quei film che guardo con occhio ipercritico. All’inizio mi lascio trasportare, poi mi infastidisco e alla fine mi incazzo. Spielberg si lascia trascinare da una fede cieca e positivista nella razza umana, si sofferma sull’esistenza di un’entità superiore che nella sua infinitesima opera di realizzazione del mondo (e dell’universo) ha messo a punto un meccansimo perfetto e poi una frase come – gli uomini non muoiono mai invano – che mi fa accapponare la pelle.
Da uno dei temi più noti della fantascienza anni ’50 (anche se il libro di H.G Wells è di fine ottocento), Spielberg tira fuori una delle più squallide riflessioni sulla famiglia della cinematografia recente. Famiglia come nucleo disgregato e incompreso (all’inizio del film) che ritrova la sua unità grazie alla catastrofe che distrugge la Terra. Tom Cruise padre è a dir poco ridicolo, vestito e conciato come un eterno adolescente, inciampa sul suo perenne senso eroico, sulla sua perenne trasformazione (da presunto uomo normale) in qualcuno capace di cambiare le sorti dell’umanità.
Poi le falle delle sceneggiatura.
Inspiegabile il fatto che solo Tom Cruise si accorga che gli ucceli sono gli unici esseri viventi a poter disattivare lo scudo protettivo delle macchine aliene. Incomprensibile come il figlio di Tom, scappato dal padre in preda ad un delirio patriottico, possa alla fine aver raggiunto la sua famiglia. E il finale è da arresto cardiaco con tutta la famiglia che si rtirova unita nell’unico (credo) quartiere rimasto in piedi di tutti gli Stati Uniti.
Spielberg si abbandona definitivamente agli effetti speciali, condanna gli alieni ad un crudele ruolo distruttivo e antagonista della razza umana senza ricordarci, però, che nella fantascienza l’alieno rappresenta sempre l’Altro, il diverso da sè. La razza umana, come sempre, ritrova coraggio e coesione proprio con la scoperta di un nuovo ed ennesimo nemico (qualcuno di diverso) da dover combattere.
Coesione, forse, neanche troppo evidente visto che l’unica cosa che accomuna gli uomini nel momento dello sterminio è la paura e il proprio egoistico senso di sopravvivenza. E chi, come il personaggio di Tim Robbins, si rifugia e da di matto (in quanto “debole”), viene, in una scena di una ipocrsia veramente toccante, ucciso da chi è più forte.
Un Tom Cruise (ai limiti della gogna) che da finto eroe quale è per non impressionare la figlia le chiede di chiudere gli occhi, compiendo (dopo che una porta si chiude) un gesto che annula qualsiasi pietà umana e che ribadisce un concetto di umanità basato sulla semplice legge del più forte.
Una sequenza che dimostra tutta la politica americana in fatto di guerra e violenza, alcuni atti sono “necessari” come quelli di sacrificare le persone più deboli per una causa più grande, l’importante è nasconderli, non turbare gli occhi e le coscienze delle persone (in questo caso la “purezza visiva” dei bambini).
Ancora più incomprensibile è il perchè dell’abbandono della Terra da parte gli alieni. Un abbandono spiegato, come dicevo prima, come una sorta di miracolo fatto dalla provvidenza divina che nella sua infinita misericordia creativa lascia agli organismi unicellulari il potere di eliminare quelle entità aliene che nessun uomo sembrava in grado di distruggere (tranne Tom Cruise, of course).
La cosa più bella del film è l’inizio, in cui lo studio fatto dagli uomini sulle cellule viene paragonato a quello che gli alieni avrebbero fatto sugli uomini stessi. E anche come Spielberg faccia arrivare l’invasione aliena in maniera graduale, partendo dalla quotidianità della vita delle persone. Un paragone interessante può essere fatto con Orson Welles. Come sappiamo il regista di Citizen Kane aveva fatto una trasmissione radiofonica nella quale leggeva parti de La Guerra dei Mondi di Wells. Il pubblico, soprattutto quello che si era sintonizzato dopo l’inizio della trasmissione, visto il taglio quasi giornalistico della lettura, credette in una vera invasione da parti degli alieni. Il potere dei media, quindi, all’epoca di Wells era ancora nel suo massimo splendore. Nel film di Spielberg, invece, dalla televisone (sempre accessa) arrivano a tratti notizie sulle tempeste e sugli strani fenomeni che stanno spaventando la Terra, senza che nessuno però presti veramente attenzione a queste notizie. La comunicazione, quindi, è vuota, si è persa per strada nel corso degli anni i suoi significati. Rimaniamo ebeti davanti alla tv, immagini e notizie catastrofiche non scalfiscono la nostra attenzione, proprio perchè ormai siamo assuefatti ad un flusso perenne di notizie.
Un film che lascia molto arrabbiati, confezionato su un americanismo imperante, dove gli uomini sono coraggiosi (ma solo quelli made in USA) e dove per l’ennesima e inutile volta è la guerra a decidere delle nostre sorti.
Perchè la verità è ben lontana da quanto dice Spielberg.
Perchè in ogni guerra gli uomini muoiono invano.
Ed è proprio per questo che, in ogni modo, dovremmo cercare di evitarla.

 
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:: Emiliano Bertocchi
Mi chiamo Emiliano Bertocchi. Sono nato a Roma il 22 giugno 1979. Perchè scrivo? Credo sia questa la domanda a cui debba rispondere. Scrivo perchè ne ho bisogno. Niente di più e niente di meno. Scrivere non è un hobby, o uno svago, o una cosa da fare tanto per fare. Almeno non per me. Io ne Sento il bisogno. Quando sto male, quando mi rode, quando sono incazzato, quando vorrei distruggere qualsiasi cosa ho davanti, quando amo, quando sto fuori, quando vivo. L' altra volta sono andato a un reading di poesie e mi sono accorto che leggere le mie poesie davanti ad altri è stato come andare in giro a raccontare a degli sconosciuti la propria vita. Preferisco stamparle e farle leggere le mie cose, piuttosto che leggerle io stesso. C'è meno intimità. E poi il lettore ritrova sempre se stesso nelle pagine che legge ed è preferibile che non si specchi troppo con chi le ha scritte. Scrivere è la mia libertà, il foglio bianco è la mia Anarchia, perchè lì sono veramente libero di poter dire, essere e fare tutto quello che voglio e come lo voglio. Gli scrittori che mi hanno fatto iniziare sono stati Charles Bukowski e Jack Kerouac. Grazie. E un grazie anche alle parole... le mie dolci amiche... vi prego non lasciatemi... non lasciatemi mai.
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